Abbiamo cominciato quando non
era di moda. Quando essere o dirsi liberali pareva un curioso avanzo
dell'antichità. Quando il muro splendeva sotto il cielo di
Berlino. Poi il muro crollò, e venne giù a picconate
anche il castello della partitocrazia.
Oggi dicono che il PLI sia morto per tangentopoli: in via Frattina
il vecchio motto "pochi ma buoni" era stato sostituito
da "pochi, maledetti e subito". La verità e meno
infamante: la casa-madre dei liberali si sbriciolò perché,
dopo l’approvazione del referendum contro il finanziamento pubblico
dei partiti, le banche chiusero i cordoni della borsa. Ma c’è
anche una verità più ingloriosa: il partito non aveva
un progetto politico in sintonia coi tempi. Da allora, nel fuggi-fuggi
generale di quelli che oggi vengono definiti i "liberali storici",
il PLI è in liquidazione. Lentissima, come tutte le liquidazioni:
col finire del secolo si sono concluse le aste giudiziarie per alienare
i beni immobili; con l’inizio del terzo millennio si sono saldati
quasi tutti i debiti.
In compenso, da quando non c’è più il partito, tutti
si proclamano liberali. Delle due l’una: o il PLI portava jella,
oppure aveva ragione Benedetto Croce quando diceva che il liberalismo
è un prepartito, una sorta di scuola dell’obbligo che, nel
mondo occidentale, concede la licenza per fare politica. E così
anche in Italia i non-liberali sono ormai una rarità contesa
nei salotti della Roma che conta: Cossutta e Bertinotti a sinistra,
Rauti a destra. Per non parlare di quelli (tutti di destra) che
hanno rifiutato la "conversione". Accame, Solinas, Tarchi,
Veneziani... Sono diventati dei "casi", al punto tale
che mi sono sentito in dovere d’invitare Marcello Veneziani alla
Scuola ‘97 perché spiegasse cosa vuol dire oggi essere antiliberali.
Dieci anni prima, quando iniziammo
con 40 ragazzi in piazza Meucci nella vecchia sede di Incontro Democratico,
il problema era quello di trovare intellettuali liberali. Tant’è
che rimanemmo al palo un paio di stagioni. La svolta si ebbe nell’89,
un numero che porta buono agli amanti delle libertà civili:
la presa della Bastiglia e il crollo del muro di Berlino stanno
a dimostrarlo. Quando uscì Storia del pensiero liberale di
Giuseppe Bedeschi, il primo libro che sviscerava compiutamente la
materia, lo vidi esposto in vetrina ad Acqui Terme. Mentre me lo
incartava, il libraio - che non conoscevo - mi bisbigliò:
"Dopo mezzo secolo di pensiero unico marxista pare di sognare,
vero?". Un brivido "carbonaro" mi attraversò
la schiena.
E un’atmosfera carbonara fu quella che respirammo nei sotterranei
della Scaletta, in via del Collegio Romano, tra un viaggio e l’altro
organizzato dal Club degli amici dell’AGIR. L’Associazione dei Goliardi
Indipendenti Romani era un sodalizio di universitari liberali che,
negli anni in cui la rappresentanza studentesca si esprimeva nell’ORUR
e nell’UNURI aveva avuto una funzione formativa primaria. I suoi
"reduci", capitanati da Luciano Argiolas, da Filippo Anastasi
e da me si impegnarono soprattutto nella formazione europea. Oggi
questa funzione, in forme più smaccatamente liberali, viene
assolta dall’Institute for Economic Studies che da Parigi organizza
seminari in mezza Europa.
Alla Scaletta (nel ‘91, ‘92 e
‘93) siamo riusciti a creare due blocchi essenziali per la vita
della Scuola: quello degli sponsor e quello dei docenti. I ragazzi
sono arrivati di conseguenza, e, nel corso degli anni, alcuni di
loro (Fausto Carioti, Stefano De Luca, Giovanni Orsina, Gaetano
Pellicano, Luca Tedesco e Giovanni Vetritto) hanno anche fatto il
salto dai "banchi" alla "cattedra". Ma non vanno
dimenticati quanti, negli anni seguenti e nelle varie sedi, si sono
assunti compiti organizzativi e di redazione dei testi delle lezioni:
Giovanna Annunziata, Pierangela Bianco, Alfredo Borgia, Valeria
Casini, Elvira Cerritelli, Federica Fabrizzi, Gianluca Gregori,
Giuseppe Masanotti, Andrea e Cesare Morbelli, Mimmo Palumbo, Simona
Pizzigoni, Corrado Rajola.
Il passaggio alla seconda fase, quella "industriale",
quella che ci vede ospiti della European School of Economics in
largo del Nazareno, è stato reso possibile dal lavoro di
squadra, dalla collaborazione con le varie fondazioni, dalla disponibilità
di tanti oratori (Antonio Martino tra tutti: non è mai mancato)
e dalla pubblicità da loro fatta in giro per l’Italia. Oggi,
quando invitiamo qualcuno a tenere una lezione, raramente dobbiamo
spiegare cos’è e dov’è la Scuola di Liberalismo. Infine
il tortuoso " gioco delle borse": funziona grazie agli
sponsor e grazie al gruppo di esaminatori (e qui cito solo i romani:
Giuseppe Bozzi, Franco Chiarenza, Domenico da Empoli, Marco de Strobel,
Giorgio Ferrari, Cristina Lattanzi, Rossana Livolsi, Renato Mastronardi,
Savino Melillo, Alessandro Paparella e Giovanni Vetritto) che si
sobbarca il faticoso lavoro di selezione delle migliori tesi presentate
a fine corso.
La scommessa della terza fase,
quella dell’espansione, è stata vinta: nel ‘98 la Scuola
di Liberalismo è sbarcata in Lombardia. Se l’ottavo corso
di lezioni (dal 1988) si è infatti tenuto come di consueto
a Roma, il nono si e svolto a Milano. E – come si potrà notare
nello schema che segue - dopo Milano è toccato a Napoli,
Messina e Bari. L’affollamento di sponsor, patrocinatori, marchi,
sigle e finanziatori di borse di studio (con un montepremi che ha
avuto punte di 33 milioni di lire) rischia di generare confusione.
Facciamo allora un po’ di chiarezza: la Scuola di Liberalismo, da
me diretta, è parte integrante degli Amici della Einaudi
(presieduta da Ludina Barzini) la quale, a sua volta, è costola
della Fondazione Luigi Einaudi di Roma, che ha come presidente Valerio
Zanone.
Questa "formazione tipo"
vale solo per la Capitale (dove la Scuola svolge i corsi presso
la E.S.E.); altrove la squadra scende in campo con i migliori giocatori
locali. A Napoli ci sono gli amici della Fondazione Guido e Roberto
Cortese (e il "campo" è quello dell’Istituto italiano
di studi filosofici); a Milano siamo stati "alleati" prima
della Karl Popper e poi di Società libera; a Messina il Comune
ci ha spalancato i suoi saloni e la Fondazione Bonino Pulejo ha
risolto in partenza tutti i problemi economici dell’iniziativa;
a Bari invece si è creato un pool: due associazioni (Comitato
per le libertà "Apulia" e Areopago), tanti amici
e l’ospitalità dell’Ateneo.
Il modello e il marchio della Scuola - fino al ‘97 ristretti all’interno
delle Mura Aureliane - piacciono sempre di più e qualcuno
(un amico, e quindi assolto a priori) ha battezzato " scuola
di liberalismo" un’estemporanea iniziativa torinese sulla distanza
delle cinque conferenze. Ma il modello SdL è un’altra cosa:
è una miscela composta da iscrizioni, firme di presenza,
attestati di frequenza, tesine, borse di studio, seminari europei
(con l’IES e con l’Università estiva di Aix-en-Provence)
e soprattutto da lezioni, registrate e poi stampate, tenute da tanti
docenti di buona volontà.
La Scuola, sorta nel 1988 per
iniziativa del circolo liberale Incontro Democratico (ne era presidente
l’onorevole Giuseppe Alessandrini), ha mantenuto il legame finché
il circolo ha funzionato. Poi ha fissato il suo domicilio provvisorio
in casa del direttore, cioè mia. Ma si sa come vanno certe
cose: nulla è più duraturo del provvisorio. A evitare
che il duraturo si trasformasse in perenne è giunta in soccorso
l’Associazione degli Amici della Fondazione Luigi Einaudi che ha
assorbito e potenziato l’iniziativa.
Oggi la Scuola ha una sede, un archivio, un magazzino libri, una
segreteria, un telefono, un fax e persino un indirizzo di posta
elettronica. In compenso non ha una lira. Ma questo è un
altro discorso. Tutto sommato non ce n’è bisogno: la Scuola,
come diciamo spesso, è come un pic-nic in campagna e offre
quello che portano gli invitati. Le borse si danno se ci sono. Le
lezioni si tengono dove ci ospitano. Ai 2000 ragazzi che in questi
anni hanno accolto il nostro invito è andata bene cosi. Che
poi siano diventati " bravi liberali" è arduo supporlo.
E non è neanche tra gli obiettivi della Scuola. Che invece
abbiano cominciato a capire cosa sia il Liberalismo, questo sì.
E tanto ci basta.